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La variation linguistique dans les langues de l’Italie préromaine

CMO 45, Maison de l’Orient et de la Méditerranée, Lyon, 2011

Problemi di vocalismo etrusco arcaico

La geminazione di <ii>

Valentina Belfiore

Martin‑Luther Universität, Halle

1. Tra i fatti grafici e linguistici non rientranti nella norma della corretta scrittura si è scelto di focalizzare l’attenzione su un fenomeno di variazione, ovvero il ricorrere della <ii> geminata in etrusco, già imputato all’allungamento vocalico[1], quindi a processi di palatalizzazione[2], e infine considerato sotto l’aspetto grafico[3]. Altri casi di geminazioni non sono del tutto sconosciuti in Etruria, ma sono documentati in misura trascurabile[4]. L’unico altro tipo di raddoppiamento di una certa consistenza riguarda la grafia delle nasali, ma il fenomeno, arcaico, appare attestato in modo sporadico e circoscritto (in particolare all’ambito di Veio, di Cerveteri e della Campania)[5]. page 42 page 42Caratteri di sistematicità e rilevanza vanno invece riconosciuti alla geminazione vocalica di /i/ in determinate sedi : il fenomeno è per lo più arcaico, ma panetrusco, e in quanto tale richiede un’attenzione particolare.

La presente analisi mira a verificare che le grafie con <ii> non rappresentino forme errate o aberranti rispetto allo standard, né che si spieghino in base a principi grafo‑fonetici come segnale di palatalizzazione della consonante precedente[6], ma che esiste una precisa ratio linguistica a motivare il fenomeno.

2. Preliminarmente, occorre ricordare che la struttura « primitiva » della sillaba in etrusco è del tipo CV, ovvero la sillaba aperta, in cui rientra anche il tipo CRV (consonante – sonante – vocale), dal tardo arcaismo in poi meno facilmente rintracciabile per i fenomeni di sincope imputabili al cambiamento del tipo di accento[7].

Come si osserva dall’elenco prodotto in appendice, la grafia di <‑ii‑> risulta per lo più attestata dal vii al v sec. dall’intero territorio etrusco. Le forme rilevate per l’età arcaica sono una novantina – senza contare quelle incomplete o di cui è leggibile solo la parte finale (]aniies, ]niies) –contro le circa venti di età recente. Il fatto c he ben nove di queste provengano solo dal territorio di Perugia fa pensare a una caratteristica regionale, di cui si dirà altrove[8].

La geminazione ricorre inoltre abitualmente in sillaba post‑tonica e riguarda, come già osservato, la sola <i>. Basti questo per dimostrare che non si tratta di fenomeno assimilabile a quanto avviene in italico, dove si conoscono grafie aadirans / aadiriis, aasais, fakiiad, keenzstur, kluvatiim, tristaamentud, etc. per l’osco ; frateer, iioveine / iiouinur per l’umbro, e dove si registrano diversi fenomeni legati all’accento e all’allungamento vocalico[9].

3. Dal momento che non è possibile trattare di tutte le forme attestate, si tenterà di fornire un raggruppamento per tipi. Una serie piuttosto omogenea è costituita dalle forme in ‑niia(‑) che quando non seguite da altro suffisso si analizzano come genitivi di gentilizi femminili in na, di solito ricorrenti in formule di possesso accanto a nomi femminili (larisiniia, larstniia, merpaśniia). Accanto a queste sono da ricordare le forme in ‑niie(s) (apuniie, celniies, zeriniie[ ; kuleniieśi, meminiies, paianiieś, śupelniieś, quθaniie, qurtiniie, recieniies), da un certo punto di vista confrontabili con il tipo precedente.

E’ inoltre possibile individuare forme in ‑riia, ‑riie e ‑riiu, come acriina, velariia, velariiuθiia, muriias, muriius, petasriia[, puriias ?, spuriiazas, spuriies[10] ; quindi forme in ‑sii(a), alśiia, armasiinas e vefarṡiianaia ; e i femminili veleliia, valeliiasi, page 43 page 43fasθiia, senθiial[11]. Restano infine da menzionare altre formazioni che si possono analizzare come prenomi o appellativi in vocale seguiti dai suffissi ‑ia, ‑ie, ‑iu.

Analisi

4. Cominciando dalle forme in ‑niia e ‑niie, più facili da analizzare in quanto alla base sono riconoscibili dei gentilizi in ‑na, il confronto va ai gentilizi in ‑naia, ‑naie arcaici, variamente documentati in tutta l’Etruria meridionale con punte settentrionali[12] dal primo quarto del vii sec. al primo quarto del v sec. a.C (cfr. le tavole finali). Sarebbe dunque pensabile che il suffisso ‑na originario si sia modificato quando seguito da altro suffisso, come è accaduto nelle forme in ‑na + ie, per le quali peraltro si è parlato abitualmente di « cancellazione » di /a/ nel morfema /na/[13]. Di fronte a forme in ‑naia, ‑naie arcaiche e a ‑niia, ‑niie[14] di pari cronologia non è tuttavia il caso di pensare ad una scomparsa della vocale finale per motivare le terminazioni più recenti ‑nia, ‑nie. Piuttosto si dovrà concludere che la prima /i/ della c.d. geminazione costituisca la riduzione di una /a/ originaria. Ne consegue anche che la segmentazione andrà rivista come ‑ni + ia, ‑ni + ie.

huriniiarais < *hurina + ia + …

kaθuniia < *kaθuna + ia

larisiniia < *larisina + ia

larstniia, <*larstna + ia

merpaśniia < *merpaśna + ia

apuniie < *apuna + ie

celniie < *celna + ie

zeriniie[ < *zerina + ie

recieniies < *reciena + ie

etc.

Nel tipo ora presentato si sono volutamente affiancare forme in ‑niie di assolutivo e forme in ‑niia, per lo più[15] analizzabili come genitivi di gentilizi femminili, dei quali page 44 page 44il caso diretto non è noto. Non di meno, per genitivi in ‑naia, l’assolutivo abitualmente ricostruito è una forma in ‑nai, di cui esistono però due sole attestazioni per l’età arcaica, una delle quali discutibile (nuzarnai Vs 1.190 di fine vi sec. ; kuvei puleisnai, Pa 1.2 del secondo quarto del vi sec., interpretata come femminile, mentre l’espressione zilaθ misalalati amake viene solitamente riferita al marito[16]). Altre due forme uscenti in ‑i non sono gentilizi ma prenomi femminili (θesaθei sull’oinochoe di Tragliatella, di ultimo quarto del vii sec., ma nello stesso testo il femminile di *velel è attestato come velelia, dunque ottenuto mediante un suffisso ‑ia) o anche maschili, come θefariei di Pyrgi (Cr 4.4, di v sec.), e *spuriei‑si del Kestner Museum di Hannover (Cr 3.4‑3.7, ultimo quarto del vii sec.)[17]. La questione concerne naturalmente il più annoso problema della marca di genere femminile, che non si può pensare di risolvere in questa sede[18]. Di fronte a così poche attestazioni di casi diretti nel primo arcaismo mi limiterei comunque ad osservare che vale la pena di riconsiderare l’esistenza del suffisso di mozione ‑i per la formazione del femminile.

Più opportuno sarebbe invece riconoscere l’autonomia di un suffisso ‑ia, che nelle ricostruzioni morfotattiche per l’età arcaica finisce con l’avere uno status alquanto incerto. Nel vii‑vi sec. il morfema costituirebbe infatti un suffisso di genitivo arcaico anteriore a ‑ial e alternativo ad ‑a, la cui esistenza è ancora per certi aspetti controversa quando non del tutto negata[19]. Per l’età recente ‑ia è di norma considerato come uno dei morfemi di derivazione del femminile in alternativa alle uscite ‑i e ‑a[20].

In realtà, come sopra accennato, vi sono ragioni per sostenere che ‑ia rappresenti un suffisso derivativo. Lo dimostrano alcune tra le forme considerate, in cui ‑ia non occupa l’ultimo posto nella catena delle agglutinazioni. Nelle forme huriniiarais, page 45 page 45kaθuniiaśul e cliniiaras, ad esempio, il suffisso ‑niia è seguito da altri morfemi che ne rideterminano la funzione e che rendono difficile considerare il segmento /ia/ con funzione di genitivo. Come notato, la morfostruttura di huriniiarais della lamina di Poggio Gaiella, presenta un segmento ‑niia cui si agglutinano i suffissi ‑ra + ‑is ; il teonimo kaθuniiaśul presenta ugualmente una base kaθuniia + ‑ś evidentemente non di genitivo + ‑ul, marca di flessione. In tal modo si analizzano anche altre forme dove è possibile identificare il segmento /ia/, come alśaianasi (Cr 3.15, di cui infra, § 7), velianas di Pyrgi (Cr 4.4), confrontabile con veliiunas della lamina più breve (Cr 4.5) ; vefarṡiianaia (AT 2.10, v. in proposito il § 6), con havasiana (AT 2.1) problematica per altri versi[21] ; kuritianaś (Cl 3.1, *kurite + ia), e così via, per quanto riguarda le voci onomastiche. Tra le forme recenti, ‑ia è inoltre riconoscibile come morfema derivativo in :

svel‑e‑ri, analizzato altrove come sval + i̯a + ri[22].

etera‑ia‑s, genitivo che specifica zil nel sarcofago delle Amazzoni, con l’assolutivo ricostruibile come *eteraia.

nacnva‑ia‑si[23].

tular‑ia‑s, attributo di selvans, al genitivo. L’assolutivo corrisponde di nuovo a tular + ia[24].

rasneas, ricostruito come *rasna‑ia già da de Simone e così riproposto anche in seguito[25].

Può essere inoltre interessante aprire un’altra digressione sulla forma cliniiaras della kylix di Oltos se confrontata con celeniarasi ugualmente arcaica della stele di Saturnia (AV 1.31). Entrambe costituiscono forme flesse dalla morfostruttura facilmente analizzabile : le terminazioni flessionali ‑s e ‑si sono precedute da un morfema ‑ra, peraltro normalmente inteso come ‑r, mediante il quale si forma il plurale animato[26]. Ne risulta una base celenia alternante con cliniia‑, dove ‑nia, ‑niia sono riconoscibili come ulteriori segmenti derivazionali (esito di ‑na + ia). Di fronte alla base *cele‑ / *cli‑ così ottenuta si può ipotizzare a) che la prima /e/ sia anaptittica, oppure b) che /e/ di *cele‑ sia originaria e si trovi invece ad essere soppressa nella seconda forma per sincope : entrambi i processi devono comunque porsi nel vi sec. Per entrambe le ipotesi si può richiamare il confronto con malaχ[ di Ve 2.8 su un’olla d’impasto page 46 page 46rosso datata al terzo venticinquennio del vii sec. a.C.[27] e con malak di Marsiliana, con la stessa cronologia (AV 2.3). Secondo Colonna, editore del testo veiente, nella forma malaχ[ si riscontra l’introduzione di una vocale secondaria, come peraltro già sostenuto da Agostiniani a proposito di questo lemma[28]. Va tuttavia osservato che mentre le forme citate sono attestate solo nel vii sec., la forma mlaχ conosce maggior fortuna trovandosi documentata dal vii sec. fino all’età recente. Fermo restando che il fenomeno di anaptissi resta la spiegazione più accreditata, si può comunque tentare di spezzare una lancia in favore dell’altra motivazione. Considerando in tal senso l’etimologia proposta da Colonna per la forma carucra (Cr 3.43, metà del v sec.), dal dorico κᾱρυξ[29], saremmo di fronte ad una /a/ originaria nel radicale, in seguito soppressa (crucra, Cr 1.147 ; crucrai, Cr 1.48 ; crucrials, Cr 1.5, 1.6). Nell’ipotesi che le sillabe CVR(+V) siano più soggette a mutazioni[30] e che le vocali /a/ ed /e/ non siano frutto di anaptissi nel vii‑v sec., nella base *cele‑ sarebbe riconoscibile la designazione della « terra »[31] : il termine etrusco per « figlio » in tal modo non sarebbe altro se non il riflesso della credenza in base alla quale l’uomo sia nato direttamente dalla terra come in tanta parte della mitologia e cosmologia antiche[32].

5. Una delle due /i/ costituisce in alcune forme anche l’esito di /e/ originario : /i/ geminata è infatti anche attestata prima del morfema ‑na, come si osserva dalla forma acriina restituita da una kylix attica di Suessula datata alla prima metà del v sec. a.C. Anche in questo caso è possibile ritenere ambo le vocali <ii> come corrispondenti page 47 page 47al suffisso ‑ie, soggetto a riduzione in sillaba interna. La ricostruzione di un acriina derivato da acrie‑na è confermata inoltre dal confronto con la forma acrienas di Sutri (AT 2.6) di vi sec.[33], che si pone dunque come il suo antecedente arcaico.

Sulle forme in ‑riia, ‑riie, ‑riiu è in corso uno studio più approfondito[34] : come si osserva dal parallelo con quelle in ‑niia, ‑niie appena ricordate, appare comunque ricostruibile un morfema ‑ra, ugualmente noto nella formazione del gentilizio, seguito da altro morfema iniziante per ‑i‑. A titolo di esempio si ricorda la base *vela‑ con ampliamento ‑r(V)‑, attestata in età arcaica (vela‑ru‑nas, Cr 2.26), grazie alla quale sono di facile analisi la forma vela‑ri‑ia, nonché il diminutivo velari‑iu‑θi‑ia, con replica in due punti della ‑ii‑ geminata (dunque *velara + iu + θa + ia).

6. Altra tipologia di suffissi è quella in ‑sii, ‑siia, ‑siie, di solito considerate insieme con altre forme in ‑se / ‑sie a partire dallo studio affrontato da de Simone sul tipo onomastico di Numasie[35]. In proposito si ricorda la forma armas[ii]nas ceretana[36] di recente pubblicazione ; nonché vefarṡiianaia già citato, alśiia, di cui parleremo, e inoltre caisiie o kaisiie, com’è stata letta in alternativa l’iscrizione di Fratte (Cm 2.107). In base al confronto con kaiseriθesi di Saturnia (AV 1.31) è possibile riconoscere in quest’ultimo un onomastico kaise + ie[37]. Per il tanto discusso Numerius / numesie, esiste anche un’attestazione capuana di vi sec. numisiies (genitivo) con geminazione di /i/[38]. Giusto quanto finora osservato, se la doppia <i> non è un caso, il suffisso ‑sie, solitamente considerato come imprestito a partire da ‑sio, attestato in latino come ‑(a)rius[39], si lascia piuttosto intendere, al pari di ‑niia / ‑niie ; ‑riia / ‑riie, come suffisso composito derivato mediante un procedimento del tutto etrusco da *‑sV + ‑ia oppure ‑ie.

Questa ipotesi può essere inoltre confermata dal confronto con altre voci da intendere come prenomi maschili o appellativi, come *vipe, *pupe, *pure, *raiśe ? per le forme con geminazione vipiiennas, pupiias, puriias, raiśiis ?, giusta la lezione, in cui può ben rientrare anche un ricostruito *numise + ie[40]. Oltre al tipo dei temi già ampliati in ‑ie, ‑ia, ‑iu, dove la seconda vocale si riduce quando segue un altro suffisso, si distingue quindi anche una serie di formazioni a partire da temi in vocale page 48 page 48sottoposti a derivazione mediante il suffisso ‑ie italico, dove è la vocale tematica a ridursi. Il caso appena ricordato riposa inoltre sul confronto tra la forma teti‑ie di vi sec. dipinta accanto a un comasta sulla parete destra della T. delle Iscrizioni di Tarquinia (Ta 7.16) e il prenome tetana di un kantharos di bucchero di VII (Ve 3.47 mini muluvanice tetana ve.l.ka.s.na.s. veleliiasi[41]). Piuttosto che postulare per il gentilizio una formazione a partire dal nome individuale *tetie + na, come ricordato da Morandi per tetina, tetnie[42], mai attestato come tale, appare più lineare la ricostruzione di una base *teta (« nonno materno ») con vocale finale soggetta a riduzione[43].

Per i casi sporadici di geminazione vocalica in sillaba radicale si può infine citare l’esempio di piianes di v sec., di incerta lettura, per il quale si hanno i confronti con le forme seriori paianiieś del Tumulo della Montagnola, e paienaies di Orvieto[44] : anche in questo caso, nonostante la forma paianiieś di VII, il nome individuale riconosciuto alla base del gentilizio è stato inspiegabilmente paie[45] anziché *paia.

Il modello sembra in sostanza potersi estendere alla maggioranza dei casi. Restano naturalmente da motivare forme con meno confronti nonché le poche recenti, soprattutto concentrate nell’area di Perugia e di Chiusi, che come anticipato farebbero pensare ad una sorta di conservatorismo grafico (*cai‑ia / *cai‑ial, *θana‑ia, θi‑i ?,*nuśte‑ia, *larste‑ial, *tite‑ial, triile ?, tuśurθii ?), altrove frutto di letture molto incerte (tiia, tiivna, puiia, ukiia)[46].

7. In base alla scelta grafica di scrivere due <i> diviene in sostanza riconoscibile il confine di morfema, già nel corso dell’età arcaica soggetto a precoce alterazione. Considerando le forme abitualmente riconosciute come femminili, l’iscrizione AT 2.41 mi fasθiia alśiia è stata interpretata senza esitazione come proprietà di una Fasθi Alśi[47]. Il gentilizio è altrimenti confrontabile con alśina attestato in età recente nel tarquiniese, nel volsiniese e nel vulcentano[48], dove è ugualmente postulabile un’analisi come alśi‑na, ma l’attestazione più antica è rappresentata dall’iscrizione di dono di vii sec. che ha per destinataria la donna ricordata come alśaianasi (Cr 3.15 mini spuriaza teiθurnas mulvanice alśaianasi). A questo proposito S. Marchesini ha parlato di un prenome femminile *alśaia flesso al dativo, derivato probabilmente da *alśa[49]. Per via della forma ricostruita veniva meno tuttavia secondo l’A. il confronto page 49 page 49con il più comune alśinas, alśinei, etimologicamente connesso con il toponimo di Alsium[50]. Al contrario, la ricostruzione di un arcaico *alśa nel vii sec. motiva la presenza della prima ‑i‑ nell’iscrizione di S. Giovenale di poco più recente (vi sec.). alśiia si analizza dunque ancora una volta come *alśa + ia qui in funzione di genitivo, dal momento che il nome è concordato con fasθiia ed entrambi sono preceduti da mi. Da una base *alśaia, questa volta di assolutivo, è invece regolarmente formato il gentilizio alśaia‑na, che in età recente si presenta nella forma alśina, sia che si debba intendere come derivato di alśaiana, sia, eventualmente, di un non attestato *alśa‑na.

Con fasθiia della stessa attestazione da S. Giovenale, si ricorda anche il tipo dell’onomastico femminile in ‑θi + ia(l), attestato da senθiial e avaniθiial della dedica sulla statuetta di bronzo AS 4.1. Ancora in tema di prenomi, vale inoltre la pena di considerare più attentamente le forme tradizionalmente considerate come genitivi maschili araθiia e larθiia, finora senza eccezione trattati come delle varianti grafiche di arnθia, larθia per la stessa cronologia (arcaica) delle prime attestazioni[51].

Per la forma araθiia si conoscono due attestazioni di un certo interesse : la prima è restituita da una patera di bucchero di metà vi sec. o di poco posteriore, trovata in un pozzo sul lato occidentale del clivus capitolinus a Roma ; la seconda da un’anfora vinaria di forma Py 1/2 di origine vulcente. A proposito di quest’ultima, databile alla fine del vii sec. a.C., è stato scritto che l’iscrizione presentava « la prima attestazione di genitivo arcaico del prenome maschile araθ con geminazione della i »[52]. L’affermazione è stata in seguito modificata come « attestazione più antica del comunissimo prenome maschile » divenuto in seguito Aranθ, quindi Arnθ[53]. Nessun dubbio è stato comunque avanzato circa il fatto che la formula individuasse un uomo di nome, pertanto, Araθ Seχila.

Maggiori problemi sono derivati dall’intepretazione della formula La 2.4, ni araziia laraniia, dove Araziia è stato abitualmente inteso come genitivo di prenome maschile[54]. Circa il prenome le ipotesi, contrastanti, hanno preso in considerazione l’eventualità di postulare un’elisione di ‑θ in presenza del diminutivo‑vezzeggiativo ‑za[55], oppure di vedervi un fenomeno di affricazione dettato dalla presenza di ‑i‑ dopo la dentale[56], o ancora di intendere <z> come variante grafica dialettale[57]. In questa direzione spinge in effetti a puntare l’assolutivo araz in un’attestazione di metà vi secolo (La 2.3), page 50 page 50ugualmente attestato da instrumentum di provenienza laziale, in un periodo in cui non è possibile pensare a una « caduta » di /a/ finale. Per l’iscrizione La 2.4 la proposta di considerare araziia come genitivo femminile di *arazai è stata considerata poco pratica in quanto difficilmente distinguibile dal corrispondente maschile, con araziia dunque genitivo sia di araz sia di arazai[58]. Pochi dubbi sono stati in ogni caso sollevati circa l’identificazione del personaggio della formula come un individuo di nome Araz Larana espresso al genitivo con un suffisso ‑niia altrimenti riservato al femminile[59]. Come confronto è stato prodotto il caso orvietano di aviles laucieia (Vs 1.26, fine vi sec.), mentre per la formula mi larθaṡ arṡinaia Colonna ha proposto di considerare il soggetto come femminile, ovvero ricostruendo una *Larθa Arsinai[60]. La formula mi aviles laucieia è problematica da più punti di vista, costituendo avile un sicuro prenome maschile, e ‑ia una terminazione di gentilizio femminile raccordata ad una base prenominale laucie[61].

Continuando la panoramica sulle attestazioni del prenome larθ, la formula ceretana hulus larziia su kylix attica dalla tomba 211 di Bufolareccia, della seconda metà del vi sec., è stata ugualmente intesa come « nota formula con pronome personale, nome e gentilizio del proprietario »[62], con hulu‑s confrontabile con il lat. Folnius[63].

Così anche l’iscrizione laris larθiia, apposta sopra il primo cavaliere della parete di fondo della Tomba delle Iscrizioni di Tarquinia, già ricordata[64], è stata interpretata, ad CIE 5347, come prenome maschile seguito da patronimico, poiché un Larθ è attestato nella stessa tomba dall’iscrizione larθ matves (Ta 7.19, CIE 5342), di cui Laris potrebbe essere stato il figlio. Il Larθ Matves di cui si parla è raffigurato page 51 page 51come comasta in completa nudità sulla parete destra della tomba insieme ad altri quattro personaggi[65].

Per quanto riguarda invece l’attestazione orvietana Vs 1.54, mi larθiia camus, il nome ricostruito è quello di un Larθ Camu co‑titolare di una tomba a camera di Crocefisso del Tufo insieme ad Aranθ Flavienas (Vs 1.55)[66]. Il monumento e le attestazioni, entrambe sull’architrave della porta di accesso alla tomba, si datano alla fine del vi sec. a.C.[67].

Di recente pubblicazione è infine lo specchio di Tokyo, datato agli inizi del v sec. per confronti iconografici e per caratteri paleografici. L’editrice N. de Grummond ha esposto la possibilità di leggere il nome larθiia cavis spuriies come femminile, se l’intera formula fosse da analizzare in caso diretto (dunque « Larthia Cavi Spurie »[68]) ; ma più probabile per l’A. sarebbe considerare il nome come maschile espresso in genitivo, e intendere l’espressione come dono nuziale di un Larθ Cavi Spurie. La proprietà maschile di uno specchio desta in effetti qualche perplessità : di fatto è testimoniata ad oggi da un’unica altra iscrizione umbra su specchio (Um 2.3, larθia puruhenas), per la quale l’A. ha proposto la stessa interpretazione.

Considerando infine i prenomi di base /larth/, è interessante considerare come sia stato ricostruito il femminile corrispondente.

Vc 2.9

mi larθaia maies

tardo vii sec.

OA 2.2

mi larθaia telicles leχtumuza

vii sec., terzo quarto a

Cr 2.146 (OB 2.2)

larθaia

vii sec. b

Vc 2.11 (CIE 11060)

mi larθaial

vi‑v sec.


a. REE 57 (1991), n° 50 (A. Naso).

b. REE 57 (1991), n° 50 (A. Naso).

Per le prime due attestazioni il caso diretto è stato solitamente restituito come larθai[69] in base alla convinzione che ‑i rappresentasse la marca del femminile e che ‑a fosse il morfema di genitivo arcaico[70]. Le iscrizioni qui ricordate, al contrario, si mostrano coerenti con quanto finora osservato, ovvero che per una grafia ‑iia di vii‑vi sec. è da postulare un originario *‑a + ia nel vii. Per larθaia telicles l’interpretazione abitualmente fornita è quella di un nome femminile seguito da gentilizio grecanico[71] ; meno chiara l’interpretazione di larθaia maies ; ambigua la forma larθaia su aryballos page 52 page 52globulare in bucchero. Poiché è sufficiente il segmento /‑a/ per rendere riconoscibile nel prenome il femminile dal maschile larθ, la segmentazione va rettificata come larθa (prenome femminile) + ia (genitivo femminile). L’attestazione vulcente, di cronologia inferiore, mostra un attardamento fonetico nel mantenimento di /a/ nel prenome, mentre il genitivo è già di tipo evoluto, con ‑l finale.

Tornando all’idea generalmente accolta che in età arcaica il genitivo sia rappresentato dal solo segmento ‑a, si ricordano di seguito altre iscrizioni ambigue[72] :

Ta 2.5 (10001)

mi larθa ṡarṡinaia

vi sec., inizi

Vs 1.69 (4931)

mi larθa ramθurnas (ET larθ aranθurnas)

vi sec.

Vs 1.16

mi larθa tequnas

vi sec., secondo quarto


La prima, di difficile segmentazione, sembra più probabilmente da separare come già proposto da Colonna, come larθaṡ arsinaia e, visto il genitivo in ‑ia del gentilizio, da intendere come nome femminile : il genitivo in [‑s] del prenome è perfettamente ammissibile dal punto di vista morfologico in quanto la distinzione di genere viene solitamente rimarcata nel gentilizio[73]. Per lo stesso motivo si può invece concludere che nelle altre attestazioni gli individui ricordati siano di sesso maschile. Il genitivo del prenome è in tali casi effettivamente in ‑a come si è osservato, con ogni probabilità da intendere come larθ + (i)a per un fenomeno di palatalizzazione di /th/ già proposto da Rix[74], e da collocare non all’origine dello sviluppo fonetico dell’etrusco, bensì in uno stadio intermedio, probabilmente limitato ad aREE culturali più vivaci come la Volsinii di vi sec. Il genitivo in ‑a per questo prenome è comunque decisamente minoritario – una variazione grafica se vogliamo – rispetto al meglio documentato e altrimenti regolare larθia.

Conclusioni

8. Da quanto osservato, la doppia ‑i‑ in sillaba interna è solitamente motivabile, con pochi casi incerti, come riduzione di altra vocale (/a/ op. /e/), quando non originaria (‑/i/ in alcuni femminili), anziché come raddoppiamento di vocale singola (« geminazione »). Una conseguenza importante di questa analisi investe naturalmente l’interpretazione finora accreditata per le forme di genitivo in ‑iia di prenomi regolarmente considerati come maschili (arnθ, larθ). La diversa segmentazione permette nella maggior parte dei casi di ricostruire piuttosto dei nomi femminili. Si può parlare dunque di una page 53 page 53*arazi‑ia, in luogo del difficoltoso *arazai che avrebbe un genitivo araziia indistinto dal maschile[75], come pure femminile è chiaramente il gentilizio laraniia ; *araθi seχila sarebbe ugualmente una donna ; il genitivo larziia di Caere (hulus larziia) si lascia piuttosto analizzare come *larza /*larzi + ia accompagnato da patronimico. Ancora, il laris a cavallo nella T. della Iscrizioni di Tarquinia si può intendere come figlio di una larθi piuttosto che del larθ comasta raffigurato nella stessa tomba ; il co‑titolare della Tomba n. 23 di Crocefisso del Tufo insieme a Aranθ Flavienas può ben essere un nome femminile (una larθi con patronimico camus[76], come hulus sopra) ; infine lo specchio di Tokyo avrebbe per proprietaria effettivamente una donna di nome larθi accompagnata da gamonimico o patronimico (Gavi Spurie), piuttosto che intendersi come dono di un larθ.

Le grafie con <‑ii‑> si pongono dunque come lo stadio grafo‑fonetico intermedio nella ricostruzione di forme con vocali contigue originariamente di timbro diverso, testimonianza di una fase anteriore alla soppressione di una delle due per assimilazione o riduzione. In quanto adattamento al parlato, quella che è stata finora considerata una variazione grafica assume i connotati di ortografia (o piuttosto di attardamento grafico) in una precisa fase evolutiva dell’etrusco arcaico rispetto ad altre forme che per la stessa epoca (tutto l’arco del vi sec.) hanno più velocemente soppresso le due vocali identiche quando ormai prive di valore distintivo. Per circa due secoli inoltre la c.d. geminazione vocalica ha consentito di disambiguare i genitivi quasi omografi arnθiia : arnθia, larθiia : larθia come femminili rispetto a dei maschili.
page 54 page 54

Elenco delle forme con <‑ii‑>[77]

aciie

Cm 2.86 (CIE 8738) a c e aciie

v sec.

acriina

Cm 2.47 (CIE 8705) tinθur acriina

v sec.

avaniθiial

AS 4.1 mi : flereś : avaniθiial

v‑iv sec.

alśiia, fasθiia

AT 2.41 (Colonna‑Backe Forsberg 1999, p. 66 n° 15) mi fasθiia alśiia

arc.

apuniie

La 2.9 (8612) mini m[uluv]anice mamarce apuniie

Ve 3.5 mini muluvanice mamarce apuniie venala

vi, secondo quarto

vi, inizi

araθiia, araziia, aratiia

La 2.4 (8603) ni araziia laraniia

Vc 2.70 (11006) mi araθiia seχilas

Vs 4.1 a)aratiia [ b)farθ

vi sec.

vii sec.

vi, seconda metà

armasiinas, veliinaisi

Cr 1.198 1ramaθa spesias sχa[ni]ce θui stalθi 2iχ ( ) laris armas[ii]nas putuša ziχ 3ipa ve[l]iinaisi uθrice laricesi 4zuχuna

vi, seconda metà

atii

Vs 2.17 (CIE 10748) atii

vi : autentica ?

atiia

AT 2.3 (CIE 10448) mi atiia

AT 2.5 (CIE 10489) mi atiia

vii‑vi sec.

vi sec.

atiial

Cr 2.49 + 50 ami atiial plavtanas bmi atiial plavtanas

Cr 2.59 mi atiial

vi, seconda metà

vi sec.

atiies

Ta 2.27 (CIE 10060) atiies

arc.

cavriius

Cm 2.78 cavriius

Cm 2.79 cavriius

v‑iv sec.

v‑iv sec.

caiia

Pe 1.392 veilia. caiia.

rec.

caiial

Pe 1.362 1..[v]eiliaś 2caiial. clan

Pe 1.363 1..veiliaś 2caiial. clan

rec.

caiina

NotSc 1937, p. 391, n° 37 caiina, ma Cr 2.136 cavina,

NotSc caena

rec.

caisiie / kaisiie

Cm 2.107 (8822) peiθrasi anacla kaisiie nunies

v sec.

celniies

Fa 3.6 (CIE 8902) mi celniies

vi sec.

ceriies

Cm 2.125 (StEtr 65‑68, p. 400, n° 93) mi alza ceriies

v‑iv sec.

ciiei

TC (CIE 8682) 14epnicei nunθcu ciiei turzai riθ[nai]ta eiti ia halχ apertule aφes ilucu..

v sec., inizi

cleiina

AT 0.12 (CIE 5878) cleiina

rec.

cliniiaras

Ta 3.2 (10021) itun turuce venel atelinas tinas cliniiaras

vi sec.

cnaviies

REE 61, p. 319, n° 3 cnaviies mi,

Fa 2.33 (CIE 8889) cnov<e>ies mi

v‑iv sec.

page 55 page 55

velariia

Cr 0.65 (REE 55, p. 322, n° 92)

1]a velariia χ2[‑?‑]śace lueiia (.?.)

vi sec., seconda metà

velariiuθiia

Cm 2.93 (8834) bmi θavna velariiuθiia

vi sec., seconda metà

veleliia

AT 2.2 (REE 51, p. 268, n° 172) mi veleliia (..)

vii sec

veleliias̉i

Ve 3.47 mini muluvanice tetana ve.l.ka.s.na.s. veleliias̉i

vii sec., fine

veliinaisi,

v. armasiinas

veliies

Cm 2.75 (CIE 8740) veliies nipe

v‑iv sec.

veliiunas

Cr 4.5 (CIE 6315) 1nac. θefarie. vel2iiunas. θamuce..

v sec.

vefarṡiianaia

Ta 1.10 + 1.11 (CIE 10443) ami vefarṡiianaia bmi ramaθas

vi sec.

vipiia

AH 1.9 (CIE 5615) θania vipiia

rec.

vipiiennas

Ve 3.11 mine muluv[an]nece avile vipiiennas

vi sec., metà

zeriniie[

Ta 2.7 (CIE 10296) b ]ial zeriniie[?

vi sec., fine

ziiace

Ta 7.59 a2 ]ś : purθ : ziiace : ucntm : hecce

huriniiarais

Cl 4.5 2[‑ ?‑]vil huriniiarais mukan[‑ ?‑]

vi sec., terzo quarto

θaniia, nuśtiia

Pe 1.1249 1θaniia 2titia. 3nuśtiia

rec.

θanirṡiie

Ve 3.30 b mini θanirṡiie turice hvuluveṡ

vi sec.

θii

Pe 8.4 a ..cll0enśi. θii. θil ścuna..

15naper · śran czl θii falśti..

iii sec., prima metà

kaθuniiaśul

Cl 4.1 (TLE 748, or. inc.) mi tiiurś kaθuniiaśul

arc.

kaviies̉i

AT 3.1 (CIE 10162) mi mulu kaviies̉i

vii sec.

kuleniieśi

Fs 6.1 mi zinaku larθuzale kuleniieśi

vii sec.

laraniia

La 2.4 (CIE 8603) ni araziia laraniia

vi sec.

larθiia, larziia

Cr 2.68 mi hulus larziia

Ta 7.24 laris larθiia

Vs 1.54 mi larθiia camus śuθi heθu + 1.55

de Grummond 2000, mi malana larθiia cavis spuriies

Pe 1.639 (CIE 3358) 2larθiia · [v]ipiś c[asp3reś]

vi sec.

vi sec.

vi sec

v sec., inizi

rec.

larisiniia

Cr 2.53 mi larisiniia

vi sec.

larstniia

Fs 1.7 mi larθia| larstniia

v sec.

larstiialisa

Pe 1.690 larnθ tantle 2larstiialisa

rec.

leceniies

Ad 2.1 venelus leceniies mi

vi‑v sec.

lueiia, v. velariia

luvciies

Ta 7.31 θaneχ[vi]l. luvciies

v sec., prima metà

maniim

Ta 1.164 1spitus larθ.. 2huśur. maχ. acnanas. arce. maniim

iii‑ii sec.

meminiies

Cm 2.111 (REE 65‑68, p. 392, n° 88) ami larisal meminiies be

v sec.

merpaśniia

Ar 0.3 b1[mi] arunθia 2merpaśniia

(cfr. Santuari d’Etruria, 1985, p. 168, n° 9.3 [G. Colonna])

v sec.

page 56 page 56

mii

Campania (Capua NRIE 1011) mii

Sp 2.65 mii lar‑[

rec.?

iv‑iii sec.

muriias

Cm 2.90 (CIE 8839) mi θanuχvilus muriias

vi sec.

muriius

Cm 2.68 (CIE 8846) ]muriius av[

v sec.

numisiies

Cm 2.8 (CIE 8692) mi numisiies vhelmus

vi sec.

nuśtiia, v. θaniia

paianiieś 

Fs 6.2 mi tinake aviza paianiieś

vii sec.

petasriia(

Cr 2.160 mi petasriia[

vi sec.

piianes

Cm 2.52 (8714) mi mata piianes

v sec.

pleniiunas

Cm 2.92 (8769) pleniiunas

vi sec.

puiia ?

Cl 1.2684 1 [‑‑‑]s puiia [‑‑‑] 2[‑‑‑]n[‑‑‑]

rec.

pupiias

Fa 2.21 (CIE 8923; REE 61, p. 334, n° 14) pupiia<s>s

vi‑v sec.

puriias̉

Cm 2.56 (CIE 8725) bmi putiza puriias̉

v‑iv sec.

śupelniieś

AV 2.5 mi lareceś śupelniieś θafna

vi sec., secondo quarto

quθaniie

Ve 3.12 mini muluvanice mamarce quθaniie

vi sec., metà

qurtiniie

Ve 3.14 mini mulvanice

velθur qurtiniie

vi sec.

śilaciiul

TC (CIE 8682) 23..[l]avtun icni zusle [ś]ilaciiul eses salχe24i..

vi‑v sec.

śupelniieś

AV 2.5 (CIE 11417) mi lareceś śupelniieś θafna

vi sec., secondo quarto

quθaniie

Ve 3.12 mini muluvanice mamarce quθaniie

vi sec. metà

qurtiniie

Ve 3.14 mini mulvanice velθur qurtiniie

vi sec.

raiśiis

Cm 2.115 (CIE 8849) satilas raiśiis (ET satilas raimies)

v sec.

recieniies

Ta 7.18 avile recieniies opp reciieniies

vi sec. fine

riia[

TC (CIE 8682) 44[‑‑‑] fani45ri riia[‑‑‑]

v sec.

sataiies

OA 2.21 mi sataiies avele acasce

vi sec.

senθiial

Cr 2.185 ]senθiial[

vi‑v sec.

s̉kuntiiaiu

REE 70, p. 310, n° 33 iuna s̉lipiu s̉kuntiaiiu[

vii sec.

spuninasii

Cl 6.2 (CII 833 bis ; CVA, Firenze, Mus. Arch., III, I, t. 133, n° 1‑3) spuninasii (ET spuninas ::)

v sec.

spuriiazas

Ta 1.1 mi ma mamarce spuriiazas

arc.

spuriies

OI de Grummond 2000, p. 70 mi malana larθiia cavis spuriies

v sec.

stlakiie

Cm 2.18 (CIE 8810) stlakiie uφaliies mi

vi‑v sec.

s̉uθiina

Cr 6.3 b mi s̉uθiina

v sec.

tataiies

Cm 2.48 (8716) a) numes tataiies mi

v sec.

tecliiam

Cm 0.3 (8744) tecliiam

Cm 0.4 (8745) tecliiam

v sec.

v sec.

page 57 page 57

tetiie

Ta 7.16 tetiie

vi sec.

tiia ?

Pa 0.5 (Ravenna. Sassatelli 1999, p. 104‑105) b tiia

iii sec. inizi

tiivna ?

AS 1.206 (NRIE 236) 1θana tiiv2na arnθa 3anainal (ET θana tite[l]2nei )

rec.

tiiurś, v. kaθuniiaśul

tiniia

Ta 4.2 (CIE 10177) tiniia

vi sec.

tiriiai

TC (CIE 8682) 26[ś]iχaiei t[ar] tiriiai fanusei pepθiai ra27tu ceχiniaitei

v sec.

titiial

Cl 1.787 au : alfni : au : titiial

rec.

triile

Pe 1.581 (CIE 4037) larθ : triile : larisal : petrual : cl[an]

rec.

tuśurθii

Pe 1.1224 (CIE 4552) 1[‑‑‑]i. tarcnei 2[‑‑‑]nei : tuśurθii (ET tuśurθir)

rec

ukiia ?

Po 0.19 ukiia

rec.

uniiaθi

Cr 4.2 1eta θesan etras uniiaθi ha[

vi sec.

upsiie

Cm 2.63 (CIE 8736) upsiie

v sec., secondo quarto

uφaliies, v. stlakiies

χiius

Cm 2.108 laruθ χiius

v sec.

fasθiia, v. alśiia

fasiiu

Ad 2.56 (StEtr 26, 1958, p. 122, n° XI) fasiiu (ET fastiu)

rec.


assol. non doc., gen. naia

amunaia 

Vs 1.37 mi larθuia amunaia

vi‑v sec.

arsinaia

Ta 2.5 mi larθas. ars.inaia

vi sec. inizi

atianaia

Ve 3.1 mi atianaia aχapri alice venelus’i velθur zinace

vii sec., seconda metà

caθarnaia

Cr 4.2 eta θesan etras.. θanaχvilus caθarnaia[

vi‑v sec.

vernaia

Cr 2.111 vernaia

v sec.

vefarṡiianaia

AT 2.10 + 2.11 mi ramaθas mi vefarṡiianaia

vi sec.

vitlnaia

Vt 3.4 7veluś vitlnaia vitl[

vii sec. fine

hirminaia

Vs 1.85 mi velelias hirminaia

vi‑v sec.

kansinaia

Vc 2.8 mi ramuθas kansinaia

vii sec. fine

kasaliennaia

Cr 2.22 (Cr ?) mi raquve|n|θus kasaliennaia

vii sec., secondo quarto

nuzinaia

Cr 2.1 mi spanti nuzinaia

vii sec., primo quarto

papanaia

Cl 2.13 ami mukiś papanaiba

v sec. primo quarto

prasanaia

OI, REE 60, p. 247, n° 19

mi mulu araθiale θanaχvilus prasanaia

vii sec., seconda metà

page 58 page 58

sucisnaia

Cr 2.42 + 0.7 (Cr ?) ami θanakvilus. sucisnaia

vii‑vi sec.

tarχumenaia

Cl 2.8 mi θesanθeia tarχumenaia

vi sec., terzo quarto


naie, gen. naies

aruzinaie

Fa 0.11 aruzinaie : a[‑ ?‑]

vii sec. fine

vhlakunaie

Vt 3.1 mini muluvanice vhlakunaie venel

vii sec., metà

pesnuzinaie 

Ve 3.2 velθur tulumnes̉ pes̉nuzinaie mene mul

vi sec. inizi

hirsunaie 

Cr 3.18 (Cr ?) mi licinies.i mulu hirsunaies.i

vi sec.

luscinaie 

Cr 2.62 mi luscinaies

vi sec.

naie

Cm 2.72 naie

v sec. inizi

paienaie 

Vs 1.36 mi velθurus paienaies

vi sec.


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[1]. Pfiffig 1969, p. 36, § 14 per l’allungamento vocalico ; p. 49, § 22 sull’allungamento consonantico.

[2]. Rix 1984, p. 208, § 19 ; id. 1989, p. 1301 ; de Simone 1968 ; id. 1991, p. 208 ; Marchesini 1997, p. 137 ss.

[3]. Cfr. da ultimo de Grummond 2000. Valga a titolo di esempio la recente analisi del gentilizio armas[ii] nas ricostruito per l’iscrizione della tomba di recente pubblicazione a Cerveteri (T. delle Iscrizioni II) ad opera di Colonna, che ha integrato [ii] per confronto con la successiva forma veliinaisi. La segmentazione proposta per il primo termine è stata dunque *arma‑sii‑na(s), cfr. G. Colonna ad REE 71 (2007), p. 176‑177, n° 26. La scrittura ii di *veliina è stata considerata dallo stesso A. come fatto puramente grafico « che in età anteriore alla sincope delle vocali brevi post‑toniche denota la ‑/i/‑ (es. Veliiunas, Vipiienas, Numisiies), a sincope avvenuta la risultante vocale lunga ‑ī‑ (Acriina, Caiina, Cleiina, Raiśis, tutti di v sec.) ». Armasiina corrisponderebbe dunque ad /armasina/.

[4]. Si tratta di geminazioni consonantiche, cfr. Marchesini 1997, p. 137 ss.

[5]. Il fenomeno è stato osservato da Cristofani, REE 46 (1978), p. 378, n° 138. Ve 3.11 vipiennas ; Cr 2.23 latinnas ; Cr 3.14 θannursiannas… mulvannice ; Cr 7.4 kanna ; Cr 0.4 turannuve, e Cr 2.22 kasaliennaia ; incerto come giudicare tinnuna, Cm 6.3. Per Cr 0.4 Cristofani, loc. cit., osservava la concorrenza con turanuve. Cfr. anche de Simone 1991, p. 191, per la forma havasianns di AT 2.1. Più dettagliata l’analisi di Rix (2002‑2003), che ha considerato errore ortografo la geminazione di <n> in havasianns e punpunns (Cm 2.7) ; tanna del cippo di Perugia sarebbe accusativo del dimostrativo come confermerebbe l’arcaico itunia ; in latinnas si tratta di postulare un etnico latine + na ; mentre in θannursiannas, kasaliennaia, vipiennas <n> sarebbe « lunga ». Mi sembra che la questione del raddoppiamento in età arcaica debba comunque essere tenuta distinta dal fenomeno recente che denota un influsso latino, anche solo come fatto grafico, come dimostrano le grafie con <nn> delle bilingui, nella parte latina (Rix 2002‑2003, p. 95).

[6]. Rix 1984, p. 208, § 19 a proposito di /th/ e /ph/.

[7]. Per considerazioni tipologiche in proposito, cfr. Agostiniani 1993, p. 31.

[8]. Per la possibilità che il consistente numero di attestazioni sia da attribuire ad un tratto regionale si rimanda a quanto in Belfiore 2009.

[9]. Meiser 1986, p. 42 ss. ; p. 55 ss. ; Silvestri 1993, p. 355.

[10]. Probabilmente a questo proposito va anche ricordato il lemma tiriiai della Tabula Capuana (TC 26).

[11]. In questo gruppo rientrano forse anche lueiia e tecliiam, di analisi tuttavia incerta. Per quest’ultima forma cfr. G. Colonna, « Sul graffito di tecliiam di Nola (Vetter 120) », in StEtr 48 (1980), p. 429‑430, n° 10, qui considerato come italico. Rimangono da menzionare veliinas della Tomba delle Iscrizioni di Cerveteri e veliiunas di Pyrgi, nonché, per completezza, i teonimi tiniia e uniiaθi, e il lemma ati (atii, atiia, atiial), la cui discussione si rimanda ad altro momento richiendo queste voci un’attenzione particolare.

[12]. Chiusi e forse Monteriggioni, se la lettura della r. 7 della T. dell’Alfabeto è giusta, cfr. Bartoloni 1997.

[13]. De Simone 1966, p. 401, n. 26, dove ‑na‑i > ‑ne(i) ; id. 1991 ; Marchesini 2007, p. 99 ss.

[14]. Anche se spesso non è possibile una diretta relazione tra identico lemma in ‑naia e in ‑niia, ‑naie e ‑niie, l’accostamento delle due serie di suffissi è piuttosto eloquente.

[15]. Le ambiguità dipendono dal fatto che la formula onomastica o anche il semplice nome sono talvolta attestati per se sull’oggetto senza altra informazione morfologica o sintattica, risultando comunque la designazione del possesso già chiara dal punto di vista pragmatico, cfr. quanto in proposito in Agostiniani 1982.

[16]. Cfr. de Simone, REE 54 (1988), p. 242, n° 35 ; id. 1992, p. 11‑13.

[17]. De Simone 1966.

[18]. La questione risale a E. Fiesel (1922) ; altre osservazioni in merito sono state espresse da Trombetti 1928, p. 8‑11 ; Vetter 1937, p. 30 ; il riconoscimento di un’opposizione maschile : femminile nell’onomastica è di Pfiffig 1969, p. 73‑75 ; Pallottino 1992, p. 469 ; Rix 1984, p. 228 ; Cristofani 1991, p. 52. Lo stesso Cristofani (1993, p. 11 ss.) si è in seguito occupato di rintracciare una distinzione tra figure maschili e femminili nel pantheon etrusco. Per l’individuazione di un’opposizione di genere « naturale » nel lessico, cfr. Agostiniani 1995.

[19]. Rix ha infatti ricostruito una desinenza di genitivo II in ‑l o ‑al per l’etrusco recente, mentre in età arcaica ha parlato di un suffisso formato da vocale + ‑l (Rix 1984, p. 213, § 31). Nel contempo, per un recente ‑al l’A. ha ricostruito un arcaico ‑ia o ‑a, cui doveva appartenere anche ‑l in base al confronto con i pertinentivi e gli ablativi arcaici (‑le < ‑la + i ; di ‑las non si parla : *‑la + s ?). La conclusione consisteva nell’ipotizzare un originario ‑l(a) ; la vocale inserita davanti a questo suffisso avrebbe invece avuto un timbro diverso da /a/ in quanto appartenente al tema « almeno in certi prototipi ». Come si vede, la considerazione di ‑ia come suffisso finisce per scomparire. Agostiniani (1992, p. 52) ha invece parlato di morfemi in ‑(i)a(l) (rilevato dopo temi in dentale in distribuzione complementare con i genitivi in ‑s, che compaiono dopo temi in vocale e consonante) con assorbimento grafico (e quindi mancata trascrizione) di /l/ in età arcaica in quanto un tratto di velarità sarebbe già stato presente in ‑/a/.

[20]. Cfr. ad es. velia / veli / vela, larθia / larθi / larθa : quando arcaico, ‑ia è sempre considerato genitivo del prenome maschile. Cfr. Fiesel 1922 ; Rix 1984, p. 216, § 36, parla di ‑i come suffisso più antico di mozione e di ‑ia recente insieme a ‑nei.

[21]. Nella seconda forma è stato riconosciuto da de Simone (1991) un suffisso ‑sie alla base della formazione in ‑na ; della prima non vi è nessuna menzione. Secondo la ricostruzione dell’A. (ibid., p. 194, e p. 202, δ) havasiana deve derivare da *havV‑sie riflettendo l’attestazione di Blera una fase pre‑sincope. Questa comunque deve essersi verificata piuttosto precocemente se l’attestazione si data alla seconda metà del vii sec. (660‑630 a.C. ad loc. cit.).

[22]. Rix 1989b.

[23]. Colonna REE 71 (2007), p. 173.

[24]. De Simone REE 55 (1989), p. 347, n° 128. Qui proposto anche il confronto con eteraia‑, nacnvaia‑, e forse rasnea‑, già dallo stesso analizzato come *rasna + ia.

[25]. De Simone 1985, p. 93. Cfr. da ultimo G. Colonna, REE 71 (2007), p. 173, n° 26.

[26]. Agostiniani 1993. Un’analisi rivolta all’impiego di questo morfema è attualmente in corso da parte della scrivente. Va qui osservato che, sebbene per il plurale il morfema individuato sia ‑Vr, nella flessione la vocale è regolarmente /a/ (‑ras, ‑rasi, ‑res).

[27]. G. Colonna e A. di Napoli in REE 65‑68 (2002), p. 351‑357, n° 71.

[28]. G. Colonna in REE 65‑68 (2002), p. 356 ; Agostiniani 1981. In questo studio l’A. ha in particolare osservato che l’accento espiatorio a inizio di parola impedisce di norma nella prima sillaba quei processi che si registrano invece in posizione intermedia o finale.

[29]. G. Colonna, in REE 69 (2003), p. 319 ss., n° 29.

[30]. Cfr. ad es. le forme purθ : eprθnevc ; zal : eslem, dove la prima sillaba si modifica nel derivato.

[31]. Colonna 1976‑1977 ; cfr. quanto già osservato in Belfiore 2010, ad v. La difficoltà della riduzione sillabica già nella forma cliniaras vs. un recente locativo celi può essere risolta pensando alla perdita di riconoscibilità e di consistenza in quest’ultima se da bisillabo fosse divenuto monosillabo, sacrificio invece ammissibile in una parola più lunga e usurata come quella per « figlio ».

[32]. L’idea che i primi uomini siano sorti dalla terra è ricca di riferimenti in ambito greco : si pensi al racconto della fecondazione di Gea dalle gocce del sangue di Urano (Esiodo, Teogonia, 183), da cui hanno origine le Erinni, i Giganti e le ninfe dei frassini (Meliadi). Che esseri umani fossero nati da ogni regione della Grecia e dell’Asia Minore si legge in Ippolito, Refutatio omnium heresium, 5.6.3. (« E fu la terra a far spuntare l’uomo, producendo un bel frutto… »). La terra avrebbe partorito non solo piante ma anche animali ed esseri umani, come in particolare si ricorda dei gegeneis o degli autochtones dell’Attica (Platone, Menexenus, 237d). E si potrebbe continuare con il mito dei Mirmidoni sbucati dalla terra (Esiodo, fr. 76), di Prometeo e dei primi uomini forgiati sotto la terra (Platone, Protagora, 320c) o di Cadmo, eloquentemente figlio di Ogige secondo una versione raccontata in Suida, e dei guerrieri nati dai denti del drago usati come sementi (Atenagora 1). Cfr. K. Kerenij, Gli dei e gli Eroi della Grecia, Milano, 1989, I, p. 192 ss. ; II, p. 35 ss. L’idea che ogni essere vivente fosse nato dalla terra è inoltre riflessa dalla genesi biblica (Genesi 1, 24, « Dio disse : La terra produca esseri viventi secondo la loro specie… » ; 2,7 « Allora il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici… » ; 3,19 « Con il sudore del tuo volto mangerai il pane ; / finché tornerai alla terra, / perché da essa sei stato tratto ») e inoltre dalla stessa etimologia dell’ebraico ’adam « che viene dal suolo » (’adamah). In base a questa proposta etimologica il gigante etrusco celsclan finirebbe allora per essere doppiamente ricordato come figlio della terra.

[33]. Morandi 2004, p. 35.

[34]. La morfologia derivativa etrusca, della scrivente.

[35]. De Simone 1991 : qui l’A. parla di un suffisso ‑se / ‑sie (il primo peraltro anche in Kalise‑na, Cupese, Capese, Lauχumese, Ucumese, Percumese, ibid., p. 204 ss.) con palatalizzazione di /s/.

[36]. Cfr. sopra quanto a nota 3.

[37]. De Simone 1999. La ricostruzione di una forma *kaisV‑ parte dalla considerazione che la vocale post‑tonica è soggetta a indebolimento e dal fatto che un ital. Ceisius non è attestato. Per ceizra cfr. Maggiani 1999, p. 59 ss.

[38]. Cfr. Morandi 2004, p. 336, s.v. numsie ; de Simone 1991, p. 202.

[39]. De Simone 1991, p. 207.

[40]. Per alcune di queste forme cfr. lo stesso de Simone 1991, p. 208 ss. Altri gentilizi derivati da vipe sono vipena / vipina / vipiienna ; vipinana, vipinie, vipitene / vipiθene, cfr. Morandi 2004, p. 201 ss. ; ibid., p. 335 ss. per la diffusione dei gentilizi numena e numsie ; p. 404 per le attestazioni di pupe‑na di v sec.

[41]. Si tratterebbe del dono nuziale di un padre alla figlia, cfr. G. Colonna, REE 64 (2001), p. 435‑437, n° 102.

[42]. Morandi 2004, p. 535.

[43]. G. Colonna, REE 64 (2001), p. 436. L’etimologia è stata proposta da Rix 1958.

[44]. Cfr. Morandi 1988, p. 88 per la paleografia dell’iscrizione della Montagnola ; Morandi 2004, p. 343 ; paienaie di Vs 1.36 è stato corretto con palenaie.

[45]. Morandi, loc. cit., dove anche bibliografia.

[46]. Come premesso, la questione è stata però sviluppata in altra sede (Belfiore 2009).

[47]. Colonna e Forsberg 1999, p. 66, n° 15 ; Morandi 2004, p. 51.

[48]. Morandi 2004, p. 52 ss.

[49]. Marchesini 1997, p. 141, n° 54, n. 144.

[50]. Schulze 1904, p. 534, 558.

[51]. Dando uno sguardo ai repertori epigrafici, la distribuzione tanto delle forme con doppia <i> quanto di quelle che ne sono prive può dirsi sostanzialmente coincidere, a maggior ragione se si tiene conto delle forme riportate nel primo elenco, che contano attestazioni anche da Chiusi, Arezzo, Fiesole, con il che si esclude inoltre che possa trattarsi di un fenomeno etrusco‑meridionale. Cfr. Thes., s.vv.

[52]. REE 44 (1976), p. 251‑252, n° 65 (M. Pandolfini).

[53]. Benelli 2007, p. 193, n° 78.1.

[54]. De Simone 1968 ; Colonna 1987.

[55]. Rix 1963, p. 248.

[56]. De Simone 1968, p. 207 ss.

[57]. Cfr. M. Pallottino, REE 47 (1979), p. 322, n° 29 e bibliografia ivi citata.

[58]. Colonna 1987, p. 60.

[59]. Colonna 1987, ibid., ha ricordato a proposito del gentilizio l’origine teonimica (*Laran‑na), come Tinana, Caluna, Culna, Sanχuna, cfr. anche Colonna 1985, p. 108, n. 49. Per de Simone (1968) araziia come laraniia sono da intendere come forme palatalizzate (di /th/ e di /n/ rispettivamente) con conseguente raddoppiamento vocalico ; araziia sarebbe dunque il genitivo del prenome maschile aranθ ; mentre il genitivo laraniia è confrontato con altri in ia (sarsinaia, gen. concordato con larθa ; laucieia, gen. concordato con aviles) per concludere ritenendo che il tipo in ‑ia sia relativamente frequente accanto a prenomi maschili. Nel gentilizio inoltre, la ‑a del suffisso ‑na si sarebbe elisa davanti al suffisso ‑ia.

[60]. Analogamente al formulario ramuθa esχunas, Colonna 1997, ibid. Qui peraltro il prenome larθa è considerato privo di confronti. Sulla questione si tornerà qui di seguito.

[61]. Bizzarri 1962, p. 143, ha concluso il commento all’iscrizione sull’architrave della tomba 9 con l’osservazione sibillina che « parrebbe trattarsi piuttosto di un genitivo femminile il che apre a sua volta un problema meritevole di studio ». Morandi 2004, p. 276‑277, ha ricordato la forma laucie, altrimenti attestata come prenome dalla formula onomastica ceretana di Laucie Mezentie ; un gentilizio Lauvcies è attestato a Civita Castellana (Fa 0.6). L’interpretazione più semplice e meno costosa mi sembra tuttavia quella di intendere laucieia come metronimico. Cfr. per quest’ipotesi e per altre considerazioni van Heems 2009, p. 31 ss.

[62]. REE 33 (1965), p. 502, n° 11 (L. Cavagnaro Vanoni) ; de Simone 1968, p. 208.

[63]. Ibid. ; cfr. Schulze 1904, p. 168.

[64]. Steingräber 1985, p. 319 ; ultimo quarto del vi sec. a.C.

[65]. Ibid. ; Morandi 2004, p. 302.

[66]. Morandi 2004, p. 111 e 595 ; van Heems 2009, p. 29‑30.

[67]. Esiste un’altra coppia di iscrizioni per la stessa tomba : si tratta di Vs 1.47 spurie ritumenas + Vs 1.324 spurie hulχinas ; cfr. Morandi 2004, p. 427.

[68]. de Grummond 2000, p. 76.

[69]. Cfr. Benelli 2007, p. 186, n° 74 e bibliografia ivi citata.

[70]. Rix 1984, p. 213, § 31, dove considerato come alternativa al gen. ia ugualmente arcaico.

[71]. Benelli 2007, loc. cit.

[72]. Diversamente, AH 1.21 (CIE 5627), larθa : arnθia [ET larθa(l)], recente, e Pe 1.694 (CIE 4077) larθa. c̣ẹṣụạṣ́ạịṣ́ [ET larθịa cešuị aṇẹiś], ugualmente di età recente, se si accolgono le letture del CIE, non rappresentano dei genitivi ma degli assolutivi, probabilmente attardamenti grafici rispetto al ben più diffuso larθi.

[73]. Rix 1984, p. 213, § 32.

[74]. Rix 1984, p. 208, § 19.

[75]. Colonna 1987.

[76]. Sebbene poco numerose nella necropoli del Crocifisso del Tufo, si conoscono (cit. come figurano nell’iscrizione, al genitivo o assolutivo) una larθuia amunaia (Vs 1.37) ; una velelias eries (Vs 1.66) ; una velelias hirminaia (Vs 1.85) ; una ramuθa esχunas (Vs 1.94) ; e un’altra velelia (Vs 1.112).

[77]. Le iscrizioni sono citate per comodità secondo la numerazione degli Etruskische Texte ; altre edizioni sono citate fra parentesi quando le lezioni degli editori non concordano del tutto o, in caso di nuova iscrizione, quando è possibile che la numerazione degli ET provvisoria, qui riportata, non coincida con quella definitiva.

 
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